
Dancouga: il fenomeno incompreso
In tutta sincerità, il fenomeno Dancouga non lo capisco. In tutti questi anni le case di produzione giapponesi non hanno mai smesso di vendere il robottone composto dalle bestie rappresentate da un’aquila, un mammut, un puma e un liger. Di fatto la serie principale si compone di trentotto episodi trasmessi la prima volta nel lontano 1985. Successivamente sono usciti una serie di OVA ed anche un film animato. La più recente apparizione risale al 2007 con una serie intitolata Dancouga Nova, ma che ha una trama completamente disconnessa dall’originale.
Eppure eccoci qui a parlare di Dancouga nel 2021! Con un merchandising che non finisce mai di macinare robot, mi chiedo perché non abbiano ancora prodotto un reboot della serie con tecniche di animazione moderne e un design più fresco. Bandai sta per uscire con una versione rinnovata del vecchio GX-13, ovvero il GX-13R dove la “R” sta per “Renewal”. Che dire, è semplicemente bellissimo! Spero proprio che Netflix si lanci in una produzione di Dancouga, così come ha fatto per altri anime.
Per chi non conoscesse la trama, la faccio breve, anche perché è abbastanza scontata. Quattro soldati giapponesi (Shinobu Fujiwara, Sara Yuki, Masato Shikibu e Ryo Shiba) pilotano le bestie meccaniche, che unite si trasformano in Dancouga, per difendere la Terra dalla minaccia aliena dei Muge Zorbados. Ci sono due particolari degni di nota che distinguono questo anime da tutti gli altri. Il primo, è che i quattro mecha possono trasformarsi in bestia, veicolo/velivolo e robot singolarmente. Il secondo è che rispetto a tutti i robot trasformabili, l’unione nel robot gigante Dancouga avviene solo a metà stagione, quindi la componente singola non è fine a se stessa e del tutto inutile come tutti gli altri robot composti da più componenti che in ogni puntata devono unirsi per riuscire a sconfiggere il cattivo di turno.
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